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In Bosnia-Erzegovina torna la paura

 



I Balcani sono, e sono sempre stati, una grande polveriera, teatro di scontro tra le diverse etnie che popolano l’area; si commette però un errore nel presupporre che tutte le problematiche relative al suddetto territorio siano da imputare alla sua multietnicità. I fattori che concorrono nel rendere la regione estremamente esplosiva sono diversi e perlopiù di derivazione storica. Uno tra tanti è l’aspetto geografico, che sin dalla nascita delle prime civiltà stanziatesi nella penisola balcanica ha agito da ostacolo per lo sviluppo di una comunità unita, e che al contempo ha condotto a due risultati: il primo è l’impossibilità di comunicare internamente, causata dal contrasto tre le regioni montuose dell’entroterra ed i territori costieri, il secondo ha invece reso la regione, grazie alla sua posizione strategica, oggetto di dominazioni straniere, le quali hanno inasprito i sentimenti della popolazione autoctona e prodotto la nascita di moti nazionalisti.

La questione etnica si risolse con la nascita di un regno comune, con l’intento di riunire sotto il suo cappello tutti gli “slavi del sud”; da qui il termine Jugoslavia. Quando però alla morte del generale Tito venne a mancare la figure di congiunzione tra le varie entità che componevano la federazione, ad avere la meglio furono i movimenti indipendentisti. La bomba era destinata ad esplodere, e così fece.

A poco più di trent’anni dal termine di questi brutali eventi la miccia potrebbe riaccendersi in Bosnia-Erzegovina e fungere da vernissage per un conflitto su larga scala, che potrebbe vedere l’intervento di super potenze e l’ampliamento del teatro bellico oltre i confini nazionali, finanche balcanici. 

Cosa sta accadendo in Bosnia-Erzegovina?

La nazione è divisa in due entità: la Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina (Republika Srpska) e la Federazione Bosniaco-Croata. La suddetta bipartizione fu stabilita a nel 95, con il Protocollo di Parigi, al termine della sanguinosa guerra civile che ha visto sfidarsi la fazione bosgnacca, croata e serba.

Da mesi il leader serbo-bosniaco Milorad Dodik è impegnato nel conseguimento di un assetto politico maggiormente autonomo per la propria Republika. Il mezzo adoperato per il raggiungimento di tale condizione è il parlamento regionale, locato a Banja Luka. Dall’aula sono stati approvati una serie di provvedimenti sul campo militare, amministrativo e fiscale, che, silenziosamente, volgono all’indipendenza territoriale. A Febbraio sono stati istituiti due nuovi organi della repubblica serba: il Consiglio Superiore della Magistratura ed il Pubblico Ministero; in ambito militare, invece, Dodik punta alla creazione di un esercito regionale serbo e, conseguentemente, il ritiro delle truppe serbo-bosniache da quello nazionale.

I poteri di Bonn

La goccia che ha fatto traboccare il vaso, secondo l’Alto Rappresentante per la Bosnia ed Erzegovina, Christian Schmidt, è stata il provvedimento sui beni immobili, la cui approvazione di Banja Luka risale allo scorso Febbraio. Schmidt, il quale funge da garante e supervisore delle condizioni imposte dall’Accordo di Dayton, si è appellato alla facoltà di far ricorso ai Poteri di Bonn, i quali gli conferiscono il diritto di imporre o revocare leggi in favore del mantenimento delle condizioni stabilite dal Protocollo di Parigi.

Fulmine a ciel sereno?

Il malcontento dilaga tra la popolazione e la paura di un sanguinoso confitto interno si materializza sempre più. Tra chi corre lungo le corsie dei supermercati alla ricerca di scorte e chi fa appello all’asilo di parenti lontani, c’è chi indaga sui propri errori e sui mille perché di questa rottura. Sarebbe alquanto sconsiderato imputare all’eterogeneità etnica del territorio tutte le cause della spaccatura sociale. Uno dei motivi lo possiamo ritrovare in alcune falle determinate dall’Accordo di Dayton; come quella di riconoscere le tre etnie come entità a se, favorendo quindi una politica a livello regionale piuttosto che nazionale.

Il comportamento di Regno Unito ed Unione Europea

È ben noto che il leader serbo-bosniaco sia stato inizialmente appoggiato dal club dei 27, ma il suo recente avvicinamento alla Russia di Putin preoccupa, e non poco, l’Unione. L’unica voce fuori dal coro unisono del Consiglio Europeo è quella di Viktor Orban; il leader di Fidesz ha dichiarato che in caso di imposizione di sanzioni per la Republika egli non sosterrà l’UE.

Lo scorso 11 Aprile il governo inglese ha annunciato l’imposizione di sanzione ai danni di Milorad Dodik e della presidentessa della Republika Srpska, Željka Cvijanović.

In una lettera di risposta, destinata alle istituzioni europee, la Repubblica Serba ha chiarito i propri intenti, definendosi non interessata a minare la sopravvivenza degli accordi ed anzi descrivendo le proprie azioni come fondamentali per il mantenimento degli stessi. 

L'asse Belgrado-Mosca

La madrepatria serba, nel contesto del conflitto etnico bosniaco-erzegovese, adotta una condotta ambivalente: da un lato si erge come garante degli accordi di pace, dall’altro supporta, perlomeno sul piano retorico, la battaglia politica di Dodik.

Il player geopolitico che appoggia profondamente le mosse della pedina serba, in un quadro che assume la cornice di una proxy war, è la Russia di Vladimir Putin. Lo “Zar” (come i media lo definiscono ultimamente), secondo Liz Truss, ministra degli esteri inglese, sarebbe intento nell’attuare una profonda destabilizzazione locale, che colpisca non solo il territorio bosniaco-erzegovese ma che interessi tutta la penisola balcanica; altre fonti lo vedrebbero interessato a far deflagrare la bomba sociale al fine di alleggerire le sanzioni per la questione ucraina, utilizzandola come ricatto verso l’Occidente.

Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un costante avvicinamento tra i due paesi slavi, il quale sta causando una forte frizione per l’attuazione del principale progetto serbo, l’entrata a far parte dell’Unione Europea. Belgrado è stato l’unica capitale occidentale oggetto di manifestazioni pro Russia nel recente conflitto ed all’Assemblea delle Nazioni Unite ha deciso di astenersi dal condannare gli eventi. Da anni il leader serbo Aleksandar Vucic sta promuovendo un progetto che tra i vari punti prevede una vigorosa militarizzazione, acquistando materiale bellico da Russia e Cina; non proprio i migliori amici di Bruxelles e Washington… Anche sul piano economico Belgrado è fortemente dipendente dallo “Zarato”, il quale lo rifornisce di gas ad un prezzo estremamente economico; basti pensare che l’89% del proprio fabbisogno energetico è fornito tramite i gasdotti Gazprom.

Un nuovo fronte in Europa?

Numerosi sono i parallelismi con il Donbass, che  alcune testate giornalistiche definiscono: “fronte gemello”. Per i Balcani lo scontro etnico assume le forme di un elastico, il tempo passa ed esso si allunga, ma prima o poi è destinato a tornare indietro.


Un articolo di Matteo Michetti, con supervisione di Simone D'Angelo.











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