Le nuove linee guida per la difesa nazionale
pubblicate da Tokyo nel mese di aprile gettano luce sulle mosse future del
Paese nello scacchiere regionale. Oltre
ai soliti noti tra i Paesi indicati come minacce alla sicurezza nazionale -
Repubblica Popolare Cinese e Corea del Nord- , compare la Federazione Russa, le
cui crescenti attività militari sono indicate come “ oggetto di interesse” e
pertanto “ da monitorare “.
Vecchi avversari e nuovi contendenti
Che Pechino e Pyongyang siano sorvegliati speciali di
Tokyo è cosa nota. La Repubblica Democratica Popolare della Corea del Nord, con
le sue ambizioni nucleari e un debole per il rapire i cittadini giapponesi, è
un elemento destabilizzante della regione il cui collasso porterebbe a scenari
ancora più preoccupanti. La Repubblica Popolare Cinese ha invece mostrato negli
anni una presenza sempre più aggressiva e determinata nel garantirsi il controllo del Mare Cinese
del Sud e dei territori contesi con i propri vicini. Il successo di questa
impresa potrebbe tagliare il Giappone al di fuori delle rotte commerciali
indispensabili alla sua sopravvivenza.
Che Pechino venga esplicitamente indicata come una minaccia è indice del
fatto che a Tokyo le ambizioni - e le chance di successo - dell’avversario sono
prese seriamente.
All’ elenco di Paesi monitorati dal Giappone si aggiunge la Federazione Russa, le cui attività militari sono seguite da Tokyo con grande attenzione. L’invasione dell’Ucraina non comporta una minaccia fisica imminente per il Giappone, ma le sue implicazioni, specialmente in caso di successo, rendono possibili scenari poco graditi al Giappone.
Questa invasione è un attacco sfrontato alle regole
che modellano la comunità internazionale attuale, ovvero il rispetto reciproco
dell’ integrità territoriale e della sovranità degli Stati, la mutua non
aggressione e la non interferenza negli affari interni. Se Mosca riuscisse ad
annettere parte del territorio ucraino e ad avere voce in capitolo nella
politica di Kiev senza essere particolarmente afflitta dalle contromisure prese
si creerebbe un precedente fastidioso, dimostrando al mondo che mettere in
discussione e riscrivere le regole della comunità internazionale è possibile e
che il prezzo da pagare non è proibitivo. Alcuni dei vicini di Tokyo non hanno
mai nascosto il loro disaccordo con regole e un ordine che non hanno
contribuito ad instaurare, condito dal timore che possano seguire l’esempio russo.
Un secondo scenario è che la Russia, resa più spavalda
dalla vittoria in Ucraina o ancora più disperata da una sconfitta, possa
volgere la sua attenzione ad Est e cercare di ottenere le isole Kurill, la cui
sovranità è contesa tra Tokyo e Mosca, per ritagliarsi una sfera di influenza e
una zona di sicurezza. Un simile evento sarebbe un incubo per il Giappone, che
si ritroverebbe un rivale vicino al suo maggior competitor regionale (Cina) sullo
zerbino di casa.
Quali contromisure per Tokyo?
Il Giappone non è il solo Paese asiatico ad avere
queste preoccupazioni: Filippine, Vietnam e Corea del Sud guardano con la stessa
apprensione alle mire cinesi. Le Filippine hanno poi già perso il controllo di
fatto delle acque nominalmente sotto la loro sovranità ma ormai in mano ai
cinesi ( si veda la dichiarazione del luglio 2019 del Presidente Duterte in cui
affermava che “ il Mar delle Filippine è
nostro ma lo controllano i cinesi”). È alla luce di queste premesse che va
letto il nuovo accordo di collaborazione stretto questo mese tra Manila e Tokyo
che ufficialmente li impegna in ambito umanitario ma ha ufficiosamente nel mirino
le attività cinesi. I due Paesi
concordano sulle implicazioni dell’attacco russo a Kiev per l’ordine e la
sicurezza regionali e vedono nella Repubblica Popolare Cinese il candidato principe per l'emulazione
dell’impresa russa.
Il peso
di Washington e il nuovo ruolo di Tokyo
L’ombrello difensivo americano ha permesso al Giappone
di reinventarsi dopo la seconda guerra mondiale come una potenza commerciale e,
unito al vincolo costituzionale di non potersi dotare di un esercito offensivo,
ha ridotto notevolmente le occasioni di scontro militare nipponiche. Già
dall’elezione del primo ministro Shinzo Abe nel 2013 si parla però di una
revisione di questo vincolo sulla base del suo non essere compatibile con i
nuovi scenari in cui devono essere difesi gli interessi giapponesi. L’alleanza
con Washington rimane un pilastro della
postura difensiva giapponese, ma Tokyo non può più dipendere totalmente
dall’alleato. A favorire questa considerazione sono il ritiro americano da Iraq
e Afghanistan e la richiesta agli alleati NATO di contribuire in maniera più
significativa allo sforzo difensivo. Allo scopo di irrobustire le proprie
capacità belliche il Giappone ha destinato un investimento del 2% del proprio
PIL alle spese militari e avviato una collaborazione con l’Italia per lo
sviluppo di nuovi jet da guerra.
Tokyo si prepara quindi ad un ruolo di maggior peso nella sicurezza regionale. Non è la prima volta che il Giappone si propone come leader regionale, storicamente è stato l’unico dei Paesi nell’orbita della Cina imperiale a non porsi automaticamente in posizione gerarchicamente inferiore e ha mirato, nel XX secolo, alla creazione di una zona di influenza asiatica dove essere il leader indiscusso; ma è la prima volta che persegue questo obiettivo in concerto con i propri vicini. Questa decisione nasce anche dalla memoria storica: il tentativo novecentesco di conquista di un suo posto al sole si è concluso con due atomiche e l’ostilità di tutti i Paesi confinanti, e questa eredità rende qualsiasi sforzo solitario fallimentare in partenza perché inviso anche a tutti i potenziali alleati. C’è anche da fare una considerazione realistica dei propri mezzi: il gap tra Tokyo e Pechino va chiudendosi, e in alcune aree sono i giapponesi ad essere in svantaggio. Uno sforzo singolo non avrebbe le stesse chance di successo di un’impresa collettiva.
Un articolo di Chiara Masotto, con supervisione di Simone D'Angelo.
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