Questa strategia ha permesso a Pechino di
registrare un numero sensibilmente più basso di morti nelle prime fasi della
pandemia: i dati ufficiali parlano di 5.000 morti da Covid sul suolo cinese
contro gli oltre 6 milioni registrati in altri Paesi e, come ha dichiarato al Lancet Ben Cowling, Direttore del dipartimento di
Epidemiologia e Biostatistica dell'università di Hong Kong, “le misure implementate dal governo hanno
protetto la Cina dagli effetti della pandemia sulla salute e sul sistema
sanitario”. Ora però gli effetti economici e logistici del lockdown
rischiano di risultare più dannosi dell’epidemia stessa, con le difficoltà di
approvvigionamento e l’impossibilità per i malati di patologie gravi ricevere
le cure necessarie qualora non risultino
negativi ad un tampone che mettono a rischio fette sempre maggiori di
popolazione.
Zero Covid policy ed economia
L’altro danneggiato illustre di questo lockdown prolungato è l’economia cinese, che ad aprile 2022 ha registrato un rallentamento significativo. I dati del Dipartimento Cinese di Statistica rivelano che il Purchasing Manager Index (PMI) del settore manifatturiero è calato di due punti - dal 49.5 di marzo 2022 al 47.4 di aprile- , registrando la peggior performance degli ultimi due anni. Il settore non manifatturiero è sceso da un punteggio di 48.4 a marzo ad un PMI di 41.9 il mese successivo. Le difficoltà logistiche legate al trasporto di materiali e componenti hanno inciso negativamente sulla produzione industriale, scesa al 44.4 in aprile - con una perdita di 5.1 punti rispetto al mese precedente - , a cui si accompagna un crollo degli ordini ricevuti, che hanno registrato un indice di 42.6 rispetto al 48.8 di marzo. Un PMI superiore a 50 indica un’economia in espansione, mentre un numero inferiore rivela una fase di contrazione. Quando Shanghai uscirà dal lockdown sarà necessario un robusto piano di aiuti per rimettere in carreggiata il cuore pulsante dell’economia cinese, il cui rallentamento pesa non solo sull’economia del Paese ma peserà anche sui Paesi stranieri, con le preoccupazioni e le difficoltà legate alla pandemia che rallentano il flusso di capitali verso l’estero.
Il modello cinese e le implicazioni politiche sul prossimo General Committee
Già nella primavera del 2020 Xi Jinping proclamò la “vittoria nella guerra popolare contro il Coronavirus” e la narrazione trionfalistica è ormai parte dell’ideologia del partito. Per cementare il risultato è stata implementata, assieme alle draconiane misure di lockdown, una campagna vaccinale che ha privilegiato Sinovac e Sinopharm e raggiunto ad oggi un tasso di vaccinazione dell’ 87%. Tuttavia la campagna non ha raggiunto le fasce più deboli della popolazione: poco più della metà degli ultraottantenni ha ricevuto due dosi di vaccino, e di loro solo il 20% ha ricevuto la dose booster. Pur avendo avuto relativamente pochi casi, la mancata vaccinazione delle fasce più sensibili all’infezione impedisce al governo di effettuare cambi di strategia in sicurezza. Rimane poi molto difficile convincere la popolazione dell’urgenza della vaccinazione se la narrativa ufficiale non lascia spazio alla possibilità del fallimento: come può essere necessario vaccinarsi contro un virus che è già stato sconfitto?
Non esiste una strategia senza ripercussioni. Le conseguenze delle scelte politiche effettuate, con lo scontento generato dalle gestione del caso Shanghai, il contraccolpo economico e gli strascichi sulla salute dei cittadini influenzeranno il prossimo Congresso del Partito Comunista Cinese, la composizione del prossimo Comitato Permanente dell’Ufficio Politico e - forse- il possibile terzo mandato di Xi Jinping. Decisioni difficili dovranno essere prese, ma è probabile che vengano rimandate a fine Congresso, per privilegiare la stabilità sociale. Certo è che i crack della strategia Zero Covid hanno il potenziale per mettere in discussione una leadership che basa la sua legittimità sulla capacità di ripristinare e mantenere la grandezza cinese.
Nel 2021 Pechino dava la priorità
all’esportazione di vaccini all’estero, vantando il successo delle sue
contromisure, denigrando sulla stampa nazionale i vaccini occidentali e
irrobustendo una narrativa nazionalistica che permetteva di continuare ad
implementare chiusure rigorose. Oggi invece il fallimento della gestione di
Shanghai si scontra con una narrativa trionfalistica antitetica alla realtà con
cui deve in qualche modo convivere e che non permette cambi di manovra. Non
possiamo dimenticare che Shanghai è il caso più famoso delle complicanze della
gestione Zero Covid, ma non è il solo. La città di Zhengzhou, capitale dello
Henan, è chiusa dal 4 maggio 2022 in un lockdown che coinvolge un numero
stimato di 375 milioni di persone. Anche gli abitanti delle campagne sono
condizionati dalle misure scelte, con gli agricoltori che necessitano di permessi
per recarsi al lavoro nei campi, pregiudicando ulteriormente la produzione e le
possibilità di approvvigionamento di cibo.
Per il Congresso Generale di ottobre 2022 la stabilità potrebbe essere mantenuta sacrificando all’altare della propaganda la carriera di Li Qiang, segretario del partito di Shanghai, e quella di tutti i funzionari locali colpevoli di non aver implementato correttamente le linee guida centrali. Una manovra del genere però sposterebbe nel tempo un confronto inevitabile per il partito, ormai a corto di frecce al suo arco nella gestione della pandemia. I vaccini made in China si sono per ora dimostrati meno efficaci di quelli occidentali, e l’incapacità di far aderire alla campagna di vaccinazione le fasce più deboli della popolazione pesa sulle possibilità di una transizione verso la normalità. Queste due debolezze hanno il potenziale per affossare qualsiasi piano di investimenti per l’economia che il governo possa varare, perchè in caso di nuovi aumenti di casi si riproporrebbe ancora la scelta impossibile tra il permettere la morte di migliaia di persone in nome dell’economia e un’ulteriore recessione economica nel tentativo di salvare queste vite, tentativo potenzialmente reso vano se si ripresentassero gli stessi effetti collaterali che stanno pesando sul caso di Shanghai.
Un articolo di Chiara Masotto, con supervisione di Simone D'Angelo.
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