L’Afghanistan è al punto di partenza: i talebani sono tornati. La crisi economica imperversa e la crisi umanitaria già in corso a causa dell’isolamento del paese da parte della comunità internazionale è stata aggravata dal terremoto Mw 6.1 del 21 giugno.
Ad oggi metà della popolazione è a rischio fame, denuncia la FAO. Vale a dire 23 milioni di persone, di cui 14 milioni sono bambini secondo le stime di Save the Children. Sono passati quasi 11 mesi dall’inizio del governo dei talebani, facciamone un resoconto.
Il governo dei talebani ha dimostrato di essere organizzato e di essere capace di
mantenere il controllo del territorio, delle istituzioni e dei mezzi di informazione.
I talebani controllano
sapientemente l’opinione pubblica attraverso una retorica insistente. Rispetto
al precedente governo filoamericano si ritengono legittimi rappresentanti del
popolo afghano. Denunciano inoltre la corruzione politica e morale dei
predecessori.
La retorica dei talebani fa leva sulla
riduzione delle violenze da quanto hanno preso in mano l’amministrazione per
paese. Effettivamente, con la partenza delle truppe americane e l’instaurazione
del nuovo governo, il conflitto può dirsi concluso e così lo stato di
guerriglia che ha caratterizzato il territorio dal 2014, anno in cui Obama
iniziò il lento processo di ritirata delle truppe americane, passando da 150
mila uomini sul territorio a 50 mila. Il nuovo governo ha di fatto riportato
l’ordine in Afghanistan.
Come comunità internazionale
dobbiamo però interrogarci sul reale significato di sicurezza, se debba
limitarsi alla mancanza di conflitti in corso o se debba essere esteso alla
sfera dei diritti che vengono messi a rischio. Con l’ascesa dei talebani i
diritti individuali e collettivi, soprattutto delle donne, sono minacciati e la
comunità internazionale non può ignorare le sue responsabilità a riguardo.
Questa situazione indebolisce il
sistema politico afghano ma non scalfisce la credibilità del governo talebano
il quale attribuisce la colpa ai paesi occidentali che vengono accusati di
voler sovvertire il nuovo governo a costo di far morire i civili di fame.
Gli appelli a scongelare i fondi
in dollari finora non hanno sortito grandi effetti: il primo a chiederlo è
stato a gennaio il segretario generale dell’ONU Guterres. Ma il risultato
ottenuto è stato un parziale scongelamento dei 7 miliardi nelle banche
americane, metà di quei fondi andranno sì in Afghanistan, ma attraverso un
Trust Fund gestito dagli americani.
Oggi il dibattito è ancora più vivo a causa all’emergenza umanitaria che ha colpito il paese dopo il terremoto del 21 giugno. Ma è chiaro che il sostengo umanitario, per quanto necessario, non può sostituire il corretto funzionamento di un’economia stabile. Il paese è attualmente isolato, vengono negati i prestiti e l’economia è completamente paralizzata a danno della popolazione. Questo come risultato delle nostre scelte politiche.
Un articolo di Emma Giacomello, con supervisione di Simone D'Angelo.
Conciso e chiaro, essenziale e concreco
RispondiEliminaGrazie mille!
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