Le recenti polemiche connesse al futuro ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea ci impongono, tra le altre cose, anche una riflessione sulla condizione post-bellica del paese. Ovviamente le speculazioni a proposito dei futuri confini russo-ucraini e del collocamento internazionale dell’Ucraina sono all’ordine del giorno. Dobbiamo tuttavia tener presenti anche altri aspetti che in molti casi vengono meno considerati rispetto a quelli sopra indicati.
Immaginando la pace in
un’Ucraina devastata la domanda sorge abbastanza spontanea: cosa ne sarà di
tutte le armi arrivate nel paese?
Per rispondere a questa
domanda dobbiamo prima fare una serie di premesse sulla situazione anteguerra. In
primo luogo va detto che l’Ucraina era tra i paesi europei più influenzati da
organizzazioni criminali e dalla corruzione politica. Ciò ha ovviamente
influenzato la vita sociale dei cittadini dal crollo del blocco sovietico a
causa dei traffici che percorrevano il paese fino a non molto tempo fa.
In secondo luogo dobbiamo
tener presente la potenzialità fortemente eversiva per lo stato ucraino del
reggimento Azov e tutti i suoi simili (Dniepr, Dombas, ecc). Queste unità
combattenti sono note per la loro retorica fortemente nazionalista con una
simbologia vicina a quella nazista e sono costituite in buona parte da
volontari provenienti da ambienti di estrema desta. Posta in questi termini la
questione non sembra particolarmente eccezionale dato che in tutti i paesi si
può riscontrare una presenza politica ultranazionalista e di estrema desta.
Tuttavia è fondamentale tener presente che si tratta di uomini pesantemente
armati ed addestrati, al contrario di tutti i
gruppi di estremisti sparpagliati per l’Europa, e ciò non può che avere un peso
politico non indifferente. A tal proposito l’inquadramento di questi reggimenti
all’interno della Guardia Nazionale ci offre una doppia
lettura: da un lato si legittimano le loro azioni politicamente e
giuridicamente, ma dall’altro si vincolano all’interno di uno schema
istituzionale che ne limita le azioni e gli pone sotto il controllo delle
autorità militari.
Fatte queste premesse
sull’anteguerra, possiamo ora riflettere su quello che è il tema di questo
contributo. Quello che già altri commentatori hanno notato è la mancanza di un tracciamento
delle armi spedite in Ucraina, come anche l’assenza di accordi sulla gestione
successiva degli equipaggiamenti. Che fine faranno queste armi?
In queste settimane di
guerra il governo Zelensky si è lecitamente adoperato per organizzare la difesa
contro le armate russe. Ciò è avvenuto non solo attraverso le attività connesse
all’esercito regolare ed alla guardia nazionale ma anche tramite una serie di
decisioni potenzialmente pericolose ed a tratti sclerotiche. In modo particolare
si fa riferimento a tutte quelle dichiarazioni e decisioni intraprese nelle
prime settimane di guerra che in prospettiva futura porteranno ad alimentare il
caos sociale e politico nell’Ucraina post-bellica.
Tra queste scelte
particolarmente gravose non si può che considerare quella di scarcerare dei
criminali comuni per impiegarli nella lotta contro i russi. Pur non conoscendo
i numeri di questi scarceramenti, l’armare con equipaggiamento militare dei
criminali comuni potrebbe costituire un elemento fortemente destabilizzante.
Infatti è difficile immaginare questi individui riconsegnare queste armi una
volta raggiunta la pace per tornare in cella. Pur considerando la probabile
concessione della libertà a chi ha combattuto contro i russi sembra improbabile
un ritorno ad una vita pacifica e “legale” di questi elementi, ed è altrettanto
improbabile che non arriveranno a sfruttare le nuove armi e conoscenze a loro
disposizione per farsi strada in un’Ucraina devastata dalla guerra ma
desiderosa di ripartire. È altresì improbabile che lo Stato ucraino sia in
grado d’impedire le probabili rinnovate attività criminali di persone con cui,
alla fin dei conti, sarà in debito. In questo senso non si può non considerare
la denuncia di Alexandro Maria Tirelli, presidente delle Camere penali del
diritto europeo e internazionale che, in ambito italiano, è stato tra i
pochi ad esprimere perplessità su questa decisione.
Altra questione che
palesemente uscirà dal controllo del governo di Kiev è la distribuzione di armi
fatta ai civili. Sono noti e stranoti gli appelli di Zelensky fatti alla
popolazione per contribuire alla resistenza, come sono ben presenti le immagini
dei cittadini ucraini che partecipano alla fabbricazione di bombe molotov nelle
principali città del paese o che si mettono in fila
davanti ai negozi di armi. Pur comprendendo le ragioni che hanno animato questo
tipo d’iniziative non si può far altro che domandarsi come potranno le
istituzioni civili e militari mantenere il controllo di questi armamenti che,
nel migliore dei casi, sono destinati al contrabbando se non ad essere
utilizzare all’interno dell’Ucraina stessa per attività criminali o come mezzo di
pressione politica attraverso la minaccia della violenza.
In fine ci sono da citare
i foreign fighter ed i celebri reggimenti neonazisti della guardia nazionale
(Azov in testa). Il ruolo di questi gruppi nella pace che verrà è tutt’altro
che scritto ma non si può non ipotizzare un loro qualche peso all’interno della
società e dello stato ucraini, ad eccezione di una totale ma improbabile
occupazione russa del paese. Per quanto riguarda il primo gruppo c’è poco da
dire al momento, molti di loro ritorneranno nei loro paesi ma altrettanti
resteranno in un’Ucraina grata, per quanto devastata, che gli vedrà come eroi.
Tuttavia la domanda resta: che ruolo avranno queste persone (armate ed
addestrate) nell’Ucraina del futuro?
Difficile stabilirlo
senza avere dati certi sulla loro provenienza ma pare logico immaginare che chi
tra di loro rimarrà in Ucraina sarà integrato nella politica e nell’esercito
del paese, modificandone gli equilibri e andando a costituire una nuova
componente della società ucraina difficilmente inquadrabile al momento ma con
un forte sentimento militarista ed antirusso.
Per il secondo gruppo le
ipotesi sono più semplici e necessitano di meno fantasia. Indubbiamente il
battaglione Azov e simili usciranno dalla guerra con un peso politico decuplicato
rispetto a prima, rafforzati dai sacrifici sul campo di battaglia e dalla
propaganda ucraina che ormai gli ha disegnati come i principali eroi della
resistenza (visione legittimata dalla propaganda russa che gli identifica come
i principali avversari). Se a questo aggiungiamo un aumentato peso militare,
con l’aggiunta di nuovi effettivi e nuovi armamenti occidentali, diventano un
eccezionale elemento di pressione politica per un qualunque governo.
In altre parole vien da
chiedersi, provocatoriamente, se l’Ucraina non uscirà da questa guerra più
nazista rispetto a come c’è entrata, a dispetto delle intenzioni dichiarate di
Putin.
In conclusione dobbiamo
osservare come il dopoguerra dell’Ucraina sarà caratterizzato da una condizione
di caos. Tale considerazione può apparire ovvia in senso generale, guardando
alle esperienze storiche, ma uscendo dalla semplicistica valutazione legate
alla generale confusione connessa ad un qualsiasi dopoguerra ed alla
contestuale ricostruzione, con tutti i problemi del caso, dobbiamo guardare nello
specifico e riflettere sulle reali prospettive con cui Kiev dovrà
interfacciarsi. In questo senso appare probabile un’Ucraina in cui regna uno
spirito bellicista di rivalsa simile a quello degli ultimi 8 anni ma ben più
radicato nella società che lascerà meno spazio nella politica nazionale ormai
sbilanciata e legata a doppio nodo alle posizioni dell’estrema destra.
Ciò ci porta all’ultima
fondamentale domanda: l’Unione Europea potrebbe accettare tra i suoi membri
un’Ucraina come quella che sembra delinearsi? Probabilmente no.
È esattamente in questo
senso che vanno lette le parole dei giorni scorsi del Ministro degli esteri
francese Clement Beaune, in cui esprimeva dubbi
rispetto al possibile ingresso nell’UE dell’Ucraina in tempi brevi
posticipandola a non prima di vent’anni da ora. Fra le altre cose, questa
dichiarazione, è rappresentativa della consapevolezza di queste problematiche che
l’Ucraina post-bellica dovrà affrontare. Indubbiamente questa dichiarazione
nasconde anche altre ragioni legate alla volontà francese di porsi come guida
di un’Unione Europea maggiormente coesa, ma anche a non alzare ulteriormente le
tensioni con la Russia. Tuttavia è altrettanto chiaro che c’è del timore nel
dover gestire l’instabilità ucraina, preoccupazione condivisa con i tedeschi.
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