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Yemen senza pace



La guerra in Ucraina, nel cuore d’Europa, ha smosso le nostre sensibilità e ha inevitabilmente gettato un’ombra mediatica sugli altri conflitti e crisi umanitarie in corso nel mondo. Un breve sipario si è aperto sull’Afghanistan nel momento del ritiro delle truppe americane da Kabul ad agosto, ma da febbraio 2022 l’attenzione mediatica si è spostata altrove. Se già poca voce veniva data a contesti come Afghanistan, Libia e Siria la paura di una guerra in Europa e di un nuovo bipolarismo ha ulteriormente oscurato la situazione di grave crisi in cui vivono questi paesi. Ancora di più per quanto riguarda paesi poveri, lontani e dimenticati come quelli subsahariani.

Lo Yemen è tra queste realtà dimenticate. 

I disordini in Yemen sono iniziati nel 2015, nel contesto della Primavera araba. Il movimento ribelle musulmano sciita degli Houthi ha preso il controllo della provincia settentrionale di Saada fino ad arrivare alla capitale Sanaa. Oggi, nonostante la tregua e la fine dell’embargo nei porti e negli aeroporti del paese imposto dall’ONU durante il conflitto, la situazione umanitaria è gravissima.

La crisi alimentare denunciata dalla FAO non ha riscontrato un miglioramento, i dati allarmanti dell’ultimo anno rimangono invariati: il 45% della popolazione è a rischio fame. L’approvvigionamento alimentare dipende in gran parte dalle esportazioni, in dipendenza dunque dalle relazioni politiche e commerciali con i grandi produttori di materie prime. Chiaramente il rischio di un’ulteriore crisi alimentare è quanto mai reale data la guerra in corso in Ucraina e dai ricatti sullo smercio del grano. 

Dal punto di vista politico, nonostante la tregua nazionale sia stata rinnovata, la situazione non è stabile. Il potere è conteso tra il governo di transizione e le milizie ribelli. La tregua è pertanto temporanea e gli interessi delle milizie Houthi non cessano di essere una minaccia per la pace nel paese. 

Ricordiamo inoltre che il conflitto è al centro di una serie di tensioni regionali e culturali nel Medio Oriente tra sciiti e sunniti. L’Arabia Saudita sostiene infatti il governo sunnita di Hadi. Nel 2015 l’Arabia Saudita ha giustificando il proprio intervento aereo in Yemen contro gli Houthi affermando che l’Iran avesse sostenuto con armi e supporto logistico il gruppo ribelle. Un’accusa che l’Iran ad oggi nega. 

L’entità del conflitto non è pertanto confinata al territorio yemenita ma si estende a tutto il Medio Oriente. In gioco non c’è solo il conflitto sociale tra sciiti e sunniti ma gli interessi delle potenze che ne ambiscono l’influenza. Lo Yemen gode infatti di una posizione strategica, è la porta d’accesso dal Mediterraneo al Mar Rosso. 

Il questo contesto l’intervento della comunità internazionale è difficile ma necessario.

Prioritario sin dall’inizio del conflitto è stato reagire all’incombere di organizzazioni terroristiche come Al Qaeda e scongiurare la possibilità che lo Yemen diventasse un trampolino di lancio per il terrorismo internazionale. Oggi gli interessi delle potenze europee e in particolare della Turchia propendono a sostegno della stabilità del governo di transizione e alla creazione delle condizioni per una pace duratura. Gli interventi umanitari vedono in prima fila i paesi europei ma anche i paesi sudamericani e il Canada. Ma purtroppo anche dal punto di vista dei finanziamenti prima la crisi afghana e poi quella ucraina hanno distolto l’attenzione della comunità internazionale dallo Yemen andando a ridurne i fondi a disposizione.

Speriamo possa essere motivo di nuova luce sullo stato d’emergenza in Yemen la visita prevista a luglio del presidente statunitense Joe Biden.


Un articolo di Emma Giacomello, con supervisione di Simone D'Angelo.


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