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L'era di Shinzo Abe

 


Le elezioni giapponesi  del 9 luglio si sono svolte all’ombra dell’omicidio dell’ex Primo Ministro Shinzo Abe. L’assassino, un ex membro dello Jietai, Forza Marittima di Autodifesa, ha attaccato Abe mentre arringava poche centinaia di cittadini all’uscita della stazione di Yamato -Saidaiji, a Nara.  Abe, il Primo Ministro rimasto in carica  più a lungo nel Giappone del dopoguerra, lascia un’eredità politica complessa e un vuoto difficile da colmare.

Il suo primo mandato finì nel 2007 quando,  dopo una serie di scandali, rinunciò all’incarico citando non definiti motivi di salute. Tornò sulle scene nel 2012 e da allora divenne una presenza fissa, dominando le scene ben oltre la fine del suo secondo mandato nel 2020. A Novembre dello scorso anno divenne il capo del gruppo di maggioranza del partito al governo, e prima di allora giocò un ruolo fondamentale nell’elezione di Kishida a Primo Ministro. Se è vero che in Giappone gli ex Primo Ministro mantengono peso e influenza politica, il peso di Abe era difficile da eguagliare. Fautore del rilancio del Paese, Abe si è battuto per restituire al Giappone un ruolo da giocatore  più incisivo  in campo economico, politico e militare.

L’era di Shinzo Abe

Il mondo conosce le sue riforme economiche come “Abenomics”, la strategia di crescita pensata per affrontare la combinazione di deflazione e crescenti costi di assistenza per una popolazione che invecchia rapidamente. Abenomics prevedeva una ingente spesa pubblica e quantitative easing in  combinazione con una serie di riforme strutturali per facilitare l’entrata nel mercato del lavoro dei più giovani e una  modifica del regolamento per i lavoratori stranieri, allo scopo di rendere sostenibile la crescita economica. Dal 2012 ad oggi ci sono state alcune modifiche al programma, che hanno reso le valutazioni  più complicate, ma lo scheletro  rimane invariato.

L’aumento della spesa era il contrappeso per le dolorose riforme strutturali previste dal piano: numerosi lavoratori sarebbero stati costretti a cambiare lavoro e i sussidi sarebbero stati sospesi, e i risultati di questi cambiamenti forzati non sarebbero arrivati  in tempi brevi, rendendo necessaria una maggiore spesa pubblica per traghettare i cittadini durante questo cambiamento. L’aumento della spesa avrebbe supportato anche i consumi, sostenuti anche dalla politica di quantitative easing che avrebbe incrementato la quantità di denaro in circolo nel mercato tramite l’acquisto di titoli di stato. Lo scopo è creare l’aspettativa che i prezzi crescano,  quindi anche l’inflazione, abbassando di riflesso i tassi di  interesse  reale. In teoria tutto ciò avrebbe causato un aumento dei capitali investiti. In un’economia afflitta da anni di deflazione e bassi tassi di interesse, sembrava l’unica strategia rimasta per abbassare i tassi di interesse reale. Questa la teoria, la pratica invece fu diversa: le riforme strutturali furono velocemente messe da parte e sostituite da una serie di sostegni alle industrie che, per quanto utili, rimangono una misura ben lontana dal progetto originale. Eliminate le riforme, l’aumento della spesa pubblica divenne difficilmente giustificabile e fu abbandonato. Unico sopravvissuto fu il quantitative easing, che convinse gli investitori a investire nel mercato azionario ed ebbe l’effetto di abbassare i tassi reali di interesse. Questo risultato non si tradusse in un effetto sull’economia reale, rendendo il successo della Abenomics una vittoria di Pirro. 

Altrettanto se non addirittura più incisiva, e divisiva, è stata l’impronta di Abe sul ruolo politico e militare del Giappone sul palco regionale e mondiale.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale il Giappone, privato di un esercito, ricostruì il suo prestigio tramite la prosperità economica, diventando quella che potremmo definire una potenza commerciale. La Repubblica Popolare Cinese, con la sua crescita miracolosa e le sue ambizioni revanchiste, divenne una fonte di preoccupazione permanente: le continue incursioni cinesi nelle Senkaku e l’occupazione di isole contese con altri Stati cementò la convinzione di Abe della necessità di rivedere lo status dell’esercito giapponese, che secondo lui doveva acquisire maggiori capacità offensive. Sotto la guida di Abe iniziò il processo di revisione dell’interpretazione dell’articolo 9 della Costituzione e la spinta a far includere gli attacchi di difesa preventiva nella definizione di difesa. Di fatto questa definizione permetterebbe all’esercito giapponese di avere capacità offensive. La preoccupazione per la crescita di Pechino fu la base per lo sviluppo della sua relazione con Narendra Modi e l’entrata di Tokyo nel QUAD Security Dialogo con Stati Uniti, Australia e India.

L’alba del giorno dopo

La sua posizione in materia militare, unita ai suoi legami familiari  - il nonno materno era Nobusuke Kishi, co-firmatario della dichiarazione di guerra agli Stati Uniti d’America e successivamente imprigionato come sospetto criminale di Classe A per le sue azioni in Manciuria-, al mancato riconoscimento della questione delle comfort women in Corea e le sue visite al santuario di Yasukuni non lo hanno reso sempre un personaggio popolare a Seoul a Pechino. In seguito alla sua morte le condoglianze da parte dei capi di Stato non hanno tardato ad arrivare, tuttavia in alcuni casi il cordoglio si è limitato alle dichiarazioni. Nella Repubblica Popolare Cinese i commenti gioiosi per la morte dell’ex Primo Ministro non hanno tardato ad arrivare - l’account della China Central television è stato sommerso di commenti festanti dopo l’annuncio della notizia dell’attentato e in un post Weibo si legge che la morte di Abe a pochi giorni dall’anniversario dell’inizio delle ostilità nel 1937 sia un modo appropriato di espiare le colpe di Tokyo.

In patria rimane la questione dell’eredità politica e del vuoto lasciato da questo gigante, che alterano lo scacchiere. Il Liberal democratic Party avrà bisogno di un nuovo leader, mentre l’ala conservatrice del partito dovrà capire come ripristinare la propria influenza dopo la perdita del loro pezzo da novanta. Kishida, che spingeva per un cambiamento di strategia dopo le Abenomics, ha ora un oppositore in meno. Rimane poi un'altra domanda: quest’omicidio è un caso isolato o il sintomo di un malessere più grande della società giapponese?

Un articolo di Chiara Masotto, con supervisione di Simone D'Angelo.

Commenti

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