Le tensioni rimaste sopite dalla fine guerra fredda si concretizzano oggi in situazioni al limite del conflitto armato e che richiedono da parte delle potenze coinvolte estrema cautela. Taiwan rischia, come già l’Ucraina, di essere oggetto di un nuovo gioco di forza tra le grandi potenze dell’ordine internazionale. Entrambe le vicende rappresentano un test per la credibilità degli Stati Uniti di fronte alle potenze “revisioniste” dell’ordine internazionale, la Russia nel caso dell’Ucraina e la Cina in quello di Taiwan.
La questione cinese non è necessariamente assimilabile alla
sfida portata dalla Russia in Ucraina, e di sicuro le forze americane non hanno
voglia di aprire un secondo “fronte” simultaneo. D’altra parte, nemmeno
l’economia mondiale ha bisogno di altre tensioni, tanto che l’amministrazione
Biden, nel tentativo di smorzare l’inflazione, ha tentato di cancellare alcune
sanzioni imposte da Donald Trump sulle importazioni cinesi. Ma l’escalation di
eventi e di dichiarazioni allarmanti che hanno riscaldato l’odierna agenda
politica internazionale rendono necessaria una seria riflessione sulle
possibili implicazioni dell’avanzamento di una tale contrapposizione di forze.
Già a giugno Biden
aveva fatto scalpore quando a Tokyo aveva dichiarato che gli Stati Uniti
sarebbero intervenuti per difendere Taiwan in caso di invasione cinese, rompendo in
questo modo con “l’ambiguità strategica” mantenuta abitualmente dagli Stati
Uniti su questo tema. La Casa Bianca aveva successivamente ridimensionato queste
dichiarazioni.
La tanto discussa visita a Taipei della
portavoce americana Nancy Pelosi ha riacceso i riflettori sulla
posizione americana riguardo il riconoscimento della ROC e di conseguenza la
messa in discussione dell’autorità della RPC su Taiwan. La risposta del
presidente cinese Xi Jinping è stata immediata, minacciando di voler rispondere
militarmente. “Se giocate con il fuoco, finirete per bruciarvi”, queste sono le
parole di Xi Jinping al presidente degli
Stati Uniti Joe Biden. Sicuramente la retorica più bellicosa mai usata dalla
Cina verso gli statunitensi da quando Washington e la Repubblica Popolare
Cinese hanno stabilito delle relazioni diplomatiche nel 1972 con il comunicato
di Shanghai.
Nel documento la Cina definisce così
la propria posizione su Taiwan: “Quella di Taiwan è la questione centrale che
ostacola la normalizzazione delle relazioni tra Cina e Stati Uniti; il governo
della Repubblica Popolare Cinese è l’unico governante legale della Cina; Taiwan
è una provincia della Cina che da tempo è stata riannessa alla madrepatria; la
liberazione di Taiwan è una questione interna della Cina, nessun altro
paese ha il diritto d’interferire; tutte le truppe e gli impianti militari
degli Stati Uniti a Taiwan devono essere ritirati. Il governo cinese si oppone
a qualsiasi attività volta alla creazione di ‘una Cina, una Taiwan’, ‘una Cina,
due governi’, ‘due Cine’, una ‘Taiwan indipendente’, o sostenga che ‘lo statuto
di Taiwan deve ancora essere determinato’”. Nello stesso documento gli Stati
Uniti rispondono: “Gli Stati Uniti riconoscono che tutti i cinesi, da entrambi
i lati dello stretto di Taiwan, ritengono che esista una sola Cina e che Taiwan
sia parte della Cina. Il governo degli Stati Uniti non mette in discussione
questa posizione e afferma il suo interesse in una risoluzione pacifica della
questione di Taiwan da parte degli stessi cinesi”.
La posizione statunitense è oggi
estremamente delicata e le divisioni interne all’amministrazione della Casa
Bianca rischiano di veicolare messaggi ambigui in un panorama politico già
estremamente teso e pronto ad esplodere in una crisi sempre più estesa.
Fanno riflettere le parole del
ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov che riguardo la visita della
Pelosi afferma: “è il desiderio di provare a tutti la loro impunità e di
dimostrare che tutto è loro permesso”. “Non vedo altro motivo per creare un
tale fastidio di punto in bianco, sapendo molto bene cosa significhi (Taiwan)
per la Cina”, aggiunge lasciando intendere lo schieramento della Russia
riguardo la vicenda.
Un articolo di Emma Giacomello, con supervisione di Simone D'Angelo.
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