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I mille giorni di Xi Jinping



Gli ultimi mille giorni di Xi Jinping non sono stati facili: tra la politica Zero Covid e il suo impatto - nefando- sull’economia cinese, i guai dell’alleato Putin in Ucraina e la steccata da parte delle Nazioni Unite sul trattamento degli Uiguri nello Xinjiang, il Presidente si è dovuto districare tra numerose questioni la cui ombra potrebbe minacciare i risultati del prossimo congresso del Partito Comunista Cinese questo ottobre.  Enfasi su “potrebbe”, perché il Presidente sta già correndo ai ripari.


Chengdu, l’ultimo test

Xi Jinping dichiarò la vittoria nella guerra al Covid già alla fine della prima ondata, quando il mondo occidentale si confrontava ancora con un numero inaccettabile di morti e  faticava a trovare una via d’uscita.

Questa vittoria entrò subito nella propaganda ufficiale del partito e Xi Jinping ha puntato su di essa per legittimare la sua ricerca del terzo mandato questo ottobre. La strategia Zero Covid, che punta ad eliminare il virus, ha già mietuto una vittima illustre, la crescita economica del Paese, pesantemente rallentata dai continui lockdown e dai rallentamenti nell’import ed export di merce.

Questo rallentamento di per sé non è di buon auspicio per la leadership cinese, che basa il suo mandato sulle sue capacità di rendere realtà il “sogno cinese”, l’idea di una Cina prospera e potente i cui cittadini possono raggiungere standard di vita sempre più alti, ma è giustificabile se è il prezzo da pagare per salvare milioni di vite. Numeri alla mano, la performance del partito in questo senso potrebbe non essere così brillante: la settimana scorsa la Cina registrava casi in cento città e 65 milioni di persone - più o meno la popolazione della Francia- sono sottoposte a qualche forma di lockdown.

Dopo Shanghai, l’ultima megalopoli di stazza e importanza comparabile ad andare in lockdown è Chengdu, famosa per i suoi panda e la cultura delle sale da tè. La città aveva già subito il contraccolpo del terremoto nello Sichuan, che ha diminuito le forniture energetiche con i conseguenti effetti sull’economia, e il nuovo lockdown fa presagire ulteriori difficoltà economiche.

Mentre le misure imposte si fanno sempre più restrittive, il consumo di carburante crolla e i voli internazionali scendono ai minimi storici, gli imprenditori si preparano al peggio: a Shanghai il lockdown è stato rimosso lentamente, e numerosi quartieri sono usciti dall’isolamento per rientrarci pochi giorni dopo a causa dell’emergere di nuovi casi.

Se da Chengdu fuoriuscisse la notizia di malcontenti e proteste come a Shanghai, per il Partito sarebbe causa di imbarazzo. Probabilmente è per questo che le direttive su come gestire il lockdown sono contrastanti, con Xi Jinping che continua a premere per l’eliminazione dei casi e Li Keqiang che invece fa pressione per far arrivare sostegni alle imprese. Che sia il segno di una spaccatura all’interno della leadership?


Alla ricerca di un successo

Se la spaccatura nella leadership è una realtà, Xi Jinping ha ancora più bisogno di collezionare successi all'estero per rinforzare la sua posizione. Questa settimana il Presidente si è recato in Kazakistan, Paese in cui annunciò il suo piano per la Belt and road initiative, e dal 15 al 17 settembre sarà in Uzbekistan per l’incontro della Shanghai Cooperation Organization (SCO), il forum per la sicurezza fondato dalla repubblica Popolare Cinese che riunisce la Federazione Russa, il Kazakistan, Kirghizistan Tagikistan e Uzbekistan e ha tra i membri osservatori Iran e Bielorussia. In questa sede incontrerà il Presidente Putin per la prima volta da quando è cominciata l’offensiva russa in Ucraina.

In occasione della sua visita in Kazakistan, il Presidente Xi ha dichiarato ad un giornale che i due Paesi devono “fare pressione per creare un ordine internazionale più giusto ed equo”, parole che hanno trovato eco nelle parole di Yang Jiechi, uno dei più importanti diplomatici di Pechino, nel suo incontro con il diplomatico russo Andrey Denisov.

Cina e Russia sono sempre più isolati nel sistema internazionale: Mosca si è resa un paria con l’invasione dell’Ucraina e promuove qualsiasi forma di sostegno riceva, mentre Pechino paga il prezzo della politica Zero Covid e soffre il contraccolpo dello sdegno internazionale per il trattamento riservato agli Uiguri. Pechino, pur avendo evitato mosse in grado di costarle sanzioni da parte dell’Occidente, continua a fornire a Mosca supporto diplomatico ed economico sotto forma di incremento negli scambi commerciali.

Pechino e Mosca sentono che le maglie intorno a loro si stanno stringendo: la Federazione Russa è impegnata in un conflitto che l’ha isolata, e Pechino assiste al mondo intorno a sé che si riorganizza contro di lei, lentamente sì, ma anche inesorabilmente. La rinnovata attenzione sulla Belt and Road è la risposta cinese all’Ipef, l’iniziativa economica lanciata da Washington per arginare controbilanciare la Repubblica Popolare. Tra gli Stati invitati a partecipare all’accordo balza all’occhio l’assenza di Pechino, cosa per cui la Repubblica Popolare ha già protestato, dichiarando che l’Ipef è una struttura anticinese mascherata da accordo economico. All’Ipef si accompagna il QUAD, la struttura per la difesa promossa dal Giappone che unisce alle flotte indiane, australiane e nipponiche la potenza di fuoco americana. Se gli avversari serrano i ranghi, Pechino e Mosca devono fare lo stesso, e se ciò contribuisce a rafforzare la posizione di Xi in patria, tanto meglio.

Un articolo di Chiara Masotto, con supervisione di Simone D'Angelo.


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