Per
quanto la storia cinese sia una delle più antiche, la Cina che oggi conosciamo
come nazione è nata soltanto nel 1949 e un anno dopo, nel 1950, inizia il
problematico dualismo delle due cine. Da un lato la comunista Repubblica Popolare
Cinese, gigantesca potenza economica, industriale e militare che occupa un
territorio di oltre 9 milioni di km quadrati, dall’altro la Repubblica di Cina,
comunemente chiamata “Taiwan”, situata quasi interamente nell’isola di Formosa,
a largo delle coste del continente asiatico, guidata da un governo democratico.
Il
problema di fondo è che nessuna delle due cine riconosce l’altra e ciascun
governo vorrebbe che si riconoscesse la propria come unica e legittima, senza
scendere a compromessi.
Dopo
la caduta dell’enorme e longevo impero cinese nel 1911, l’eredità del Paese
finì nelle mani della Repubblica di Cina del presidente Yat-Sen. Negli anni
successivi tutto il territorio cinese venne invaso da caos e guerre, il potere
passò ufficialmente al partito nazionalista, chiamato Kuomintang (il cui
simbolo è ancora oggi presente nella bandiera di Taiwan), sostenuto dal leader Chiang
Kai-shek che in breve tempo trasformò la Repubblica in una nazione monopartitica,
eliminando e dichiarando illegali tutti gli altri partiti politici. Nel 1927
iniziò ufficialmente la guerra civile fra la fazione nazionalista di Kai-shek e
la fazione comunista di Mao Zedong, ma a causa delle forti pressioni giapponesi
che minacciavano tutto il continente, le fazioni rivali furono costrette a far
fronte comune contro l’invasore nipponico. Finita la Seconda guerra mondiale,
nel 1945 terminò ufficialmente anche la tregua, la guerra civile fu ripresa fra
gli schieramenti comunisti (sostenuti dall’Unione Sovietica) e quelli
nazionalisti (sostenuti dagli USA), terminando con la fazione di Mao Zedong vincitrice
e con la proclamazione della Repubblica Popolare Cinese il 1° ottobre 1949.
Quello che restava delle forze del Kuomintang si ritirò nella vicina isola di Formosa
(Taiwan) e nel dicembre dello stesso anno, non arrendendosi, Kai-shek nominò
Taipei come capitale provvisoria della Repubblica di Cina e dichiarando di
essere l’unico governo legittimo.
Dunque
quale delle due cine è quella vera? Quella comunista, che avendo vinto la
guerra civile si dichiara come unica Cina e punta all’unificazione completa?
Oppure la Repubblica di Cina (Taiwan), che ufficialmente non è mai stata
sconfitta del tutto, essendo la nazione nata subito dopo il crollo dell’impero e
dichiaratasi unica Cina legittima?
Situazione Internazionale
Nel
1950, agli occhi della comunità internazionale esistevano due nazioni entrambe
chiamate Cina, che non si riconoscevano reciprocamente ed alla neo
organizzazione delle Nazioni Unite aspettò il compito di prendere in mano la
situazione. L’UN contava 5 “membri permanenti”, ovvero le 5 nazioni che avevano
maggiormente contribuito alla sconfitta delle potenze dell’Asse durante la
guerra, ovvero: Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Unione Sovietica e la
Repubblica di Cina.
Come
mai la nazione del Kuomintang era fra i membri più importanti delle Nazioni
Unite? Il motivo era dovuto al fatto
che fu proprio la Repubblica di Cina ad aver contribuito maggiormente durante
la guerra sino-giapponese, nel teatro della seconda guerra mondiale.
Nell’ottica ideologica fu palese che USA, UK e Francia avrebbero sostenuto la
legittimità di una nazione conservatrice (anche se ormai era una vera e propria
dittatura militare), per questo la maggior parte delle potenze democratiche si
dichiararono a favore della Repubblica di Cina di Kai-shek, lasciando solo
l’Unione Sovietica a sostenere Mao.
Dunque,
dopo gli anni ‘50 era Taiwan ad essere la “Cina” riconosciuta a livello
internazionale, ma come mai nel frattempo i comunisti non hanno approfittato
della riduzione territoriale per invadere l’Isola e mettere la parola fine al
conflitto? Per la Cina comunista del secondo dopoguerra era quasi impossibile
intraprendere un’altra guerra, sia perché l’esercito era allo stremo dopo circa
20 anni di conflitto alle spalle, sia perché gli USA avrebbero cercato a tutti
i costi di mantenere lo status-quo ed impedire un’altra espansione comunista
(ricordando che all’epoca i movimenti comunisti asiatici nascevano come
funghi).
Il cambio di rotta
Il
Sino-Soviet Split fu uno degli eventi
che cambiò radicalmente la visione geopolitica del mondo negli anni ’60, un
distanziamento politico fra L’Unione Sovietica e la Repubblica Popolare Cinese,
causato da diverse visioni dei dogmi comunisti, come ad esempio la
“destalinizzazione” poco apprezzata da Mao. L’evento si diffuse rapidamente in
tutto il mondo comunista, dividendolo in pro-Urss e pro-Cina.
Con
un contesto del genere gli Usa ne avrebbero approfittato per allontanare sempre
di più le due fazioni, cercando di isolare ed indebolire l’Urss coerentemente
al clima di guerra fredda.
Con
la morte di Mao e la presa di potere del nuovo leader, Deng Xiaoping nel 1978,
la Cina cambiò radicalmente i propri piani, vennero avviate nuove politiche
economiche, che gradualmente portarono la Cina comunista nel mondo del
capitalismo e del libero mercato, spianando la strada per diventare una potenza
economica.
Ma
cosa c’entra la situazione politica ed economica della Cina con la situazione
di Taiwan? In un contesto di capitalizzazione della Repubblica popolare furono
molti gli investimenti che dal mondo Occidentale (specialmente dagli Usa)
arrivarono in Cina sia per approfittare della mano d’opera a bassissimo costo,
sia per avvicinare Pechino a Washington (ed allontanarla da Mosca). La
riconciliazione fra i due Paesi venne orchestrata dal presidente Nixon e da
Henry Kissinger a posteriori potremmo dire che questo evento costruì lo
scheletro del mercato cinese che oggi ci preoccupa tanto.
Il
presidente Xiaoping cavalcando l’onda del successo economico e diplomatico,
formulò una delle politiche più importanti per la geopolitica cinese, ovvero la
One China Policy. Con tale politica,
la Cina metteva davanti alle grandi nazioni la scelta ufficiale di riconoscere
o la Repubblica Popolare Cinese o la Repubblica di Cina (Taiwan). La scelta di
una delle due avrebbe automaticamente rimosso l’altra dallo status di nazione
riconosciuta “de jure” (su Wikipedia
troverete accanto a Taiwan la parola “de
facto” ovvero è una nazione, ma non riconosciuta a livello internazionale).
Preso
atto della situazione, era meglio assecondare la Cina comunista perché le
grandi nazioni dell’epoca avrebbero tratto sicuramente maggiori benefici
dall’emergente mercato della Cina comunista e l’allontanamento dai dogmi
sovietici giocava a favore del governo di Pechino.
Le
richieste, dunque, furono di non riconoscere la Repubblica di Cina, che da
questo momento in poi venne chiamata Taiwan, e di interrompere tutte le
relazioni diplomatiche con essa, approvando la tesi di una Cina unitaria.
L’ultima
grande nazione a riconoscere la Repubblica Popolare Cinese furono gli Usa nel 1979,
richiamando le truppe stanziate a Taiwan ed approvando l’ingresso della Cina
nelle Nazioni Unite (al posto di Taiwan), situazione che ancora oggi rimane
immutata.
Qualcuno riconosce ancora Taiwan?
In realtà oggi ci sono alcune nazioni che hanno scelto di riconoscere Taiwan, ed altre, come il Vaticano, di riconoscerle entrambe. In totale, le nazioni che hanno relazioni diplomatiche con l’isola sono 14 (dati del dicembre 2014): Vaticano, Guatemala, eSwatini, Paraguay, Belice ecc… Come si può notare, sono solo presenti nazioni piccole e poco influenti a livello internazionale.
Perché non si può tornare indietro?
Ad
oggi è nota a tutti la crescente escalation militare fra Cina e Taiwan, che in
assenza di riconoscimento internazionale, nessuno può schierarsi militarmente
dalla parte dell’Isola, anche se “occidentalizzato” e democratico. L’unico modo
sarebbe quello di ritornare alla situazione precedente, ovvero ad un
riconoscimento di entrambe le nazioni o solo di Taiwan. Questo però avrebbe
pesanti conseguenze, soprattutto per il vasto mercato cinese. Se di punto in
bianco il mondo occidentale decida di appoggiare Taiwan, il rinculo economico generato
dalla vastità del mercato cinese creerebbe una crisi senza precedenti, basti
pensare alla situazione in Russia: a causa della guerra e del sostegno europeo
all’Ucraina, il Cremlino ha ridotto le vendite di gas. Con la Cina la
situazione sarebbe analoga, ma riguarderebbe tutti gli altri settori, da quello
agricolo a quello industriale e tecnologico.
Perché la Cina vuole riunirsi con Taiwan?
Veniamo
alla domanda che tutti ci stiamo ponendo in questo periodo di alta tensione: perché
una nazione grande e potente come la Cina ha bisogno di riottenere un’isola
relativamente piccola come Taiwan?
Le motivazioni principali sono 3:
1) Orgoglio Nazionale
Quando nel 1945 l’isola di Formosa (oggi Taiwan) venne strappata al Giappone, che la dominavano dal 1895, il piccolo territorio divenne il rifugio per la Repubblica di Cina. Al governo di Pechino, dunque, manca l’ultimo tassello del domino per completare l’unità cinese, chiodo fisso nella politica del partito comunista.
2) Strategia e Mercato
L’evoluzione
del mercato cinese è avvenuta nel corso degli ultimi 30 anni, da una Cina
povera con politiche basate su export massicci di prodotti di scarsa qualità
(che hanno plasmato la reputazione pessima del “made in Cina”), ad un’economia
fra le più grandi al mondo e con mercati specializzati in prodotti sempre più
complessi, diventando uno dei leader mondiali nella produzione elettronica.
Le
strategie del presidente Xi Jinping hanno portato la Repubblica popolare ad avere
una rete commerciale mondiale, oramai tutte le nazioni importano ed esportano
in Cina, rendendosi dipendenti da tale mercato. Contemporaneamente, Pechino ha
attuato strategie di investimenti all’estero, verso Paesi bisognosi di fondi ed
infrastrutture ma ricchi di risorse (agricole e minerarie) da sfruttare per le
proprie industrie. Seguendo la geopolitica cinese si nota come tutto ciò faccia
parte dell’immenso piano della “Nuova via della Seta”, detta anche “belt and
road initiative”, una gigantesca pianificazione di investimenti verso paesi in
via di sviluppo come: Bangladesh, Sri-Lanka, Pakistan, Kenya ecc… E’ evidente
come l’intento sia quello di investire in infrastrutture o industrie per paesi
che ne hanno bisogno, in cambio di diritti sulle risorse ed in senso lato anche
quello di creare solide rotte commerciali che dalla Cina arrivino in tutto il
mondo.
Tutto
procederebbe nella giusta direzione, tuttavia c’è un grosso problema di fondo,
la Cina è chiusa geograficamente e geopoliticamente.
Come ci mostra la mappa di Limes,
la Cina si trova circondata da paesi Pro-USA, da nord a sud troviamo: Corea del
Sud, Giappone, Taiwan, Filippine, Malesia, Indonesia e Singapore. Proprio su
quest’ultima nazione dobbiamo porre maggiore attenzione, perché Singapore
storicamente è uno dei principali “colli di bottiglia”, affacciandosi sullo
stretto di Malacca ed avendo sviluppato uno dei più grandi Hub petrolchimici
della zona, è la principale via di accesso di tutte le merci petrolifere che
arrivano o partono in Cina.
Dov’è il problema?
Facciamo un semplice esempio: voi
siete la Cina ed il vostro condominio è il mare cinese, dove potete fare ciò
che volete. Se desideraste di uscire per andare a legare con altri paesi, il
portiere (cioè gli USA) vi potrebbe bloccare, o tassare. Dunque, per uscire
dovete o trovare un’altra strada o evitare il portiere.
Quindi, geopoliticamente parlando,
le varie rotte commerciali, fondamentali per Pechino, sono seriamente
minacciate dagli Usa ed un eventuale crisi o conflitto porterebbe ad un
isolamento della Cina. A questo punto il governo ha preso dei provvedimenti, proponendo
piani per altre rotte alternative che collegano ad esempio, la Cina all’Europa
attraverso il mare Artico, l’Asia centrale o tagliando l’Indocina attraverso il
Myanmar. Le sfide sono molto ambiziose, ma al momento inattuabili, detto questo
l’unica alternativa rimasta sarebbe quella di rompere la catena che avvolge la
Cina, dove l’unico anello debole è proprio Taiwan.
L’isola non è alleata degli USA ed ipoteticamente sarebbe l’unico punto in cui la Cina potrebbe incidere per rompere il cappio geopolitico e geografico in cui si trova.
3) Semiconduttori
L’ultimo motivo riguarda l’ambito
tecnologico ed in particolare la questione dei microchip, componenti vitali per
tutti i principali elettrodomestici, smartphone, computer, console ed auto,
prodotti dai semiconduttori e principalmente dal silicio.
Il calo di produzione causa
covid-19 ci ha fatto capire quanto questi prodotti siano vitali, non solo per
l’economia mondiale, ma anche per le nostre singole vite ed una crisi fra Cina
e Taiwan potrebbe aggravare la situazione di essi. Le grandi aziende leader del
settore tecnologico usano microchip sempre più avanzati, sia per scopi
commerciali sia militari (visto che ormai stanno alla base dei sistemi
difensivi e missilistici), tuttavia tali colossi non hanno le fonderie. Il 70%
della produzione di microchip ed il 50% delle strutture di assemblaggio si
trovano proprio sull’isola di Taiwan, la TSMC (Taiwan Semiconductor
Manifacturing Company) vale circa 54% del mercato globale. Ad avere le fonderie,
oltre alla TSMC, vi sono la coreana Samsung Electronics, unica oltre Taiwan a
produrre microchip di 5 nanometri, e dopo la cinese SMIC.
Come si inserisce la crisi fra le
due cine con i microchip? L’evento che ha smosso la politica risale al maggio
del 2020, quando il governo di Washington ha proibito a tutti i produttori di
microchip che usano software americani di vendere prodotti alla Cina,
ingigantendo il ruolo di Taiwan, non solo nelle crisi cinesi ma anche nella
guerra commerciale fra USA e Cina. Vista la grossa dipendenza globale di
microchip, la TSMC è un punto troppo delicato, tanto da spingere la Casa Bianca
a portare la produzione di microchip usati per scopi militari in territorio USA,
nonostante avere fonderie sia particolarmente inquinante. La questione è molto
spinosa, dietro alle sfide geopolitiche ed economiche c’è una forte dipendenza:
la Cina non riesce a produrre microchip ed ha bisogno del mercato di Taiwan;
tuttavia, la maggior parte dei metalli utili per produrli vengono estratti in
Cina, e le grosse aziende americane non sopravvivrebbero senza questa catena
che collega Pechino, Taipei e Washington.
Se quindi la Cina mettesse le mani
su Taiwan non solo avrebbe colmato il gap tecnologico, ma avrebbe il controllo
totale sulla filiera elettronica, dall’estrazione dei minerali alla produzione
di microchip.
Un articolo di Giuseppe Barone, con supervisione di Simone D'Angelo.
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