La
dichiarazione finale del summit del G20 tenutosi a Bali il 15 e 16 novembre ’22
è all’insegna della collaborazione e interconnessione, parole che ricorrono per
tutta la dichiarazione, a memento del fatto che non tutte le sfide possono
essere vinte da soli. Le sfide in agenda
- lotta al cambiamento climatico e alla perdita della biodiversità, sicurezza
delle reti di approvigionamento alimentare, sicurezza sanitaria- sono di
portata globale e la risoluzione dipende tanto dallo sforzo dei singoli quanto
dai risultati raggiunti dal gruppo. Lo stesso spirito aleggia sulla
dichiarazione finale del summit ASEAN, dove viene reiterato il supporto alle
iniziative multi e bilaterali di cooperazione per promuovere pace, stabilità e
sviluppo della regione in ottemperanza con gli UN Development Goals. Questo
spirito sembra in aperto contrasto con le dichiarazioni e con l’assenza di
comunicazione che hanno marcato le relazioni di alcuni dei top player della
scena internazionale, con Pechino che ha riservato a Washington il trattamento del silenzio nelle
settimane successive alla visita di Nancy Pelosi a Taiwan e le dichiarazioni
sempre più astiose tra i Paesi occidentali e la Federazione Russa in relazione
al conflitto ucraino. Contraddizione, ipocrisia o sofismo? In realtà semplice
realismo. L’adagio popolare “Il nemico del mio nemico è mio amico” vale anche
per quelle questioni che minacciano la sopravvivenza di tutti gli Stati, le cui
popolazioni hanno e avranno sempre bisogno di cibo, medicinali e risorse
energetiche, tutti beni che in un mondo interconnesso necessitano della
collaborazione di tutti.
In questo esercizio di realismo da manuale le
tensioni tra Paesi non sono dimenticate ma messe in time out.
Prova A: le dichiarazioni dei
Presidenti Biden e Xi alla COP27. I Presidenti e le rispettive delegazioni si
sono incontrati per discutere la ripresa della collaborazione nel campo della
transizione energetica, riesumando lo spirito della COP26 e della dichiarazione
congiunta di Glasgow. Terminato l’incontro tra i due Presidenti le delegazioni
sono state lasciate a discutere i dettagli e il Presidente Biden è stato
assediato dai giornalisti, a cui ha dichiarato di aver ricevuto rassicurazioni
che l’annessione militare di Taiwan non è una possibilità a breve termine. Non
sapremo mai se queste siano state le parole del Presidente Xi, ma tanto basta
per riportare in casa americana e agli alleati una piccola vittoria simbolica
su un tema di importanza vitale per la sicurezza americana e giustificare la
ripresa di una collaborazione necessaria, o almeno deescalare i toni e
rimandare il conflitto in cui nessuno vuole essere trascinato.
Non
pensiamo neanche per un attimo che il Presidente Xi abbia fatto concessioni sul
tema Taiwan: per quanto il Presidente riconosca che Taiwan sia “la linea rossa che non deve essere superata”,
come recita la nota diplomatica rilasciata da Pechino in seguito all’incontro
dei Presidenti cinese e americano al G20, Pechino non rinuncia alle sue
ambizioni e alla volontà di vedere la propria posizione riconosciuta. A
supporto citiamo la PROVA B: quando
alla COP27 è stata avanzata la proposta di includere anche i Paesi la cui
sovranità non è riconosciuta da tutti, come Taiwan, la Repubblica Popolare
Cinese ha protestato formalmente e invitato i presenti a non coinvolgere enti
che non hanno sovranità popolare e nulla da spartire con i fora internazionali.
Fermo restando la necessità procedurale di avere il consenso unanime per
approvare ogni mozione, che Pechino abbia deciso di usare il suo diritto di
veto per una questione slegata dal tema del forum rimane un fatto significativo
e illuminante su ciò che la Repubblica Popolare è disposta a fare per difendere
questo suo interesse fondamentale.
La
necessità inaspettata della competizione tra le grandi potenze è la corsa al
rinforzo dei ranghi: in contemporanea ai numerosi summit a cui ha partecipato
Biden, la Vice Presidente Harris ha partecipato al forum dell’APEC, Asian
Pacific Economic Cooperation, per rassicurare i partner dell’impegno americano
e ricordare a tutti quanto Washington sia più affidabile di Pechino.
PROVA C:
Al forum APEC la Vice Presidente Harris ha ricordato i miliardi di dollari
investiti dagli USA nella regione negli ultimi due anni e descritto gli Stati
Uniti come “un fiero Paese dell’Indo-Pacifico”. Harris ha ricordato anche i
miliardi di dollari profusi nella regione per supportare la lotta al COVID e
per colmare il GAP delle infrastrutture, tema caro a tutti i Paesi che hanno toccato
con mano la fragilità delle supply chains durante la pandemia.
PROVA D:
i colloqui per la collaborazione bilaterale sono continuati con fervore sia a
margine di che dopo i fora. Dopo l’incontro ASEAN il Primo Ministro delle
Filippine ha incontrato la Vice Presidente Harris, la quale ha rinnovato
l’impegno americano ad onorare il Manila Pact del 1951, l’accordo difensivo che
lega Filippine e Thailandia a Washington e ha discusso nuovi progetti per
rafforzare i meccanismi di difesa comune tra i due Paesi che rientrano nel
ECDA, Enhanced Cooperation Defense Agreement. Washington si impegna a difendere
gli interessi filippini nel Mar Cinese meridionale e la libertà di navigazione,
due elementi fondamentali per la strategia americana in Asia che sfrutta le basi
nelle Filippine ancora dalla Guerra Fredda, ma evita di superare la “linea
rossa” già citata da Pechino. La difesa americana infatti non copre le isole
contese ma solo i territori già aggiudicati sotto la giurisdizione filippina,
in una mossa diplomatica che rimanda il confronto con Pechino ma rassicura gli
alleati.
No,
gli americani non sono gli unici che rinforzano le amicizie nella regione. PROVA E: all’incontro ASEAN la
Repubblica Popolare Cinese ha avanzato numerose proposte di collaborazione e
ricordato agli altri Stati Membri che delle più di centosessanta proposte
avanzate nel forum il 99% è stato implementato “beneficio di tutti” e che la
cooperazione con Pechino è una “win-win
situation”, rinforzando il mantra cinese nella regione.
Se
i grandi portano avanti iniziative a più livelli, i piccoli che fanno?
Sfruttano le faglie nel sistema create dalla competizione tra le due
superpotenze, alternando come equilibristi la collaborazione in un campo con
Pechino e nell’altro con Washington. Amici di tutti, nemici di nessuno. Manila
ne è l’esempio lampante: mentre rinsalda la collaborazione militare con
Washington continua a curare i rapporti economici con Pechino.
Un articolo di Chiara Masotto, con supervisione di Simone D'Angelo.
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