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La corsa per l'Artico

 


Il riscaldamento globale e la crisi climatica sono fra gli argomenti più discussi e sensibilizzati dall’opinione pubblica e dalle singole nazioni, se da un lato molti leader mondiali sostengono la criticità di questi eventi, dall’altro lo scioglimento dei ghiacci potrebbe avere enormi vantaggi geopolitici, economici e strategici per alcune nazioni.

Raggiungere il Polo Nord è stata da sempre una delle imprese più difficili al mondo, la prima spedizione a raggiungere precisamente il punto geografico più a nord fu guidata dal sovietico Aleksandr Kuznetsov nel 1948. Questo oceano da non molti anni è stato oggetto di numerose rivendicazioni da parte delle 5 nazioni bagnate dalle sue gelide acque: Russia, Canada, Norvegia, USA e Danimarca.

Perché L’oceano artico è così importante?

Mettendo da parte il prestigio di avere il Polo Nord fra i propri confini, la maggior navigabilità di queste acque permetterebbe alle varie nazioni non solo di generare nuove rotte commerciali, ma anche di avviare nuove ricerche per risorse naturali offshore.

Se pensiamo alla geografia del nostro pianeta possiamo capire quanto importante e pericoloso sia avere il controllo dell’oceano artico poiché verrebbe minimizzata la distanza fra i continenti.

La distanza fra gli USA e la Norvegia sarebbe poco più di 3000km passando dal Polo Nord, mentre sarebbe di quasi 5000 km passando dall’oceano Atlantico. La forma di geoide del nostro pianeta infatti, permette di accorciare le distanze se si attraversano i poli, viceversa si allungherebbero passando per l’equatore. L’esempio principale è la rotta del volo che collega Dubai a Seattle, esso non attraversa l’Europa e l’Atlantico, bensì attraversa il circolo polare artico.

Quindi parallelamente alla questione commerciale è corretto preannunciare l’armamento di un nuovo fronte tramite l’incremento di basi militari ed aere in tutte le coste bagnate dall’Artico.

L’Artico della Russia

La Federazione russa è la nazione a possedere un maggior volume di oceano artico fra i propri confini nazionali, facendo diventare la questione geopolitica artica di primaria importanza.

Sin dalla colonizzazione della Siberia, il governo russo ha trovato immense difficoltà per unire ed integrare questi immensi e gelidi territori. La costruzione della transiberiana fu difficile, problematica e svuotò le casse dello stato zarista. Durante il periodo sovietico si vide un grosso sviluppo della zona, la costruzione di strade, ferrovie, miniere e centri abitati portò ad uno sviluppo di svariati porti sull’oceano Artico. Ancora oggi il paese è diviso a metà, ad ovest l’industrializzata e popolata Russia, ad est, oltre la catena degli Urali, la Siberia fredda e selvaggia, con gli innumerevoli villaggi sovietici ormai in stato di abbandono. Come si collega la questione artica con le infrastrutture della Siberia? Storicamente il classico modo di attraversare il paese da Ovest ad Est è via treno, tuttavia molte merci e navi militari sono costretti ad uscire dal mar Baltico, circumnavigare l’Europa e l’Africa per poi giungere al porto siberiano di Vladivostok. Pensate che in passato la flotta baltica doveva navigare mesi e mesi per raggiungere il pacifico, dove nel 1905 perse la storica battaglia nello stretto si Tsushima contro il Giappone.

Nel secondo dopoguerra l’Unione Sovietica investì molto nelle rotte artiche, in quanto si poteva raggiungere facilmente la Siberia via nave passando per l’Oceano Artico, potendo facilmente muovere le flotte e le risorse siberiane che dai fiumi nel cuore della Siberia sfociano nell’Artico.

La Russia di Putin vede notevoli possibilità di sviluppo in zona, soprattutto per aprire la rotta ad altre nazioni come la Cina e sfruttare a pieno il gas della penisola di Jamal. Così la federazione avrebbe il potenziale di diventare il principale hub di transito per tutte le merci artiche, bypassando tutti gli altri oceani.



L’Artico della Nato

Se circa la metà dell’oceano Artico è rivendicata della Russia, l’altra metà è sotto il controllo Nato. Dalle norvegesi isole Svalbard all’Alaska l’alleanza atlantica sembrerebbe ben solida e compatta nel fronte artico, tuttavia la realtà è ben diversa. La prima problematica da affrontare è la Groenlandia, paese emergente che oscilla fra il potere imperiale americano e la storica monarchia danese che detiene il controllo dell’isola. La ghiacciata Groenlandia per quanto possa sembrare un marginale possedimento danese, ha recentemente suscitato l’attenzione della geopolitica internazionale. Con lo scioglimento dei ghiacciai il territorio è diventato molto più accessibile, numerose risorse sono state scoperte e svariate miniere sono già in costruzione, si tratta di importanti minerali come: Terre Rare, Rame, Oro, Uranio e piombo; secondo le stime dello US Geological Survey, la Groenlandia potrebbe contare almeno su 17,5 miliardi di barili di petrolio e 148 trilioni di piedi cubi di gas naturale. Dunque un gigantesco tesoro nascosto sotto al ghiaccio, che ha già attirato le attenzioni delle compagnie minerarie cinesi. Per la Groenlandia, lo sfruttamento delle risorse, la possibilità di nuove rotte commerciali artiche e la centralità strategico-geografica hanno portato al governo nuovi venti di indipendenza, cercando quanto prima però, di colmare il vuoto economico che si avrebbe senza il sostegno finanziario della Danimarca.

Il Canada e gli Usa vedono ottime opportunità geopolitiche nell’artico, come per la Russia, anche gli Usa soffrono di una grossa distanza fra le coste, costringendo le merci a viaggiare per giorni nell’entroterra del continente nordamericano, oppure passare via nave dal canale di Panama (sempre sotto il controllo americano). La soluzione non sembrerebbe dunque critica come nel caso della Siberia, le rotte e le infrastrutture esistono già. La possibilità però di poter praticare la rotta del “passaggio a Nord-Ovest” in assenza di ghiaccio sarebbe un’ottima occasione economica, potendo collegare meglio le due coste. Da tempo gli Usa vedono nella Groenlandia potenzialità strategiche, svariate sono le basi di Washington sull’isola danese, alcune delle quali restituite alla Danimarca dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Per comprendere meglio l’importanza strategica che Washington vede sull’isola basti pensare che nel 2019 Trump fece una proposta (smentita dopo da Blinken) di acquisto per l’intero territorio della Groenlandia.

Cina

Parlando di geopolitica internazionale non potevamo escludere la Cina dal discorso, ma cosa c’entra Pechino con il lontano Circolo polare artico?

Come già descritto nel nostro articolo “Il conflitto delle due Cine” la Repubblica Popolare si trova strategicamente chiusa, il commercio così vitale per la nazione passa attraverso punti strategici sotto influenze americane. Oltrepassando il mare cinese troviamo infatti: Sud Corea, Taiwan, Filippine, Indonesia e Singapore. Via terra invece, ci sono seri problemi di collegamento, sia infrastrutturali che politici (indipendentisti dello Xinjiang di etnia Uigura). Una possibilità che si concreterebbe con lo scioglimento parziale dei ghiacciai sarebbe la rotta artica, costeggiando la Russia da nord le merci cinesi potrebbero raggiungere i porti europei in molto meno tempo ed usando meno carburante.

Se dunque da un lato il governo cinese vede ottime possibilità commerciali nella rotta del nord, dall’altro bisogna fare i conti con la Russia. Nell’immaginario comune le due nazioni sembrerebbero alleate, ma in realtà non è proprio così. Come descritto anche nell’articolo di Limes “Cina-Russia, la strana coppia”, nonostante gli obiettivi comuni di crescita e le collaborazioni militari ed infrastrutturali, nessuno dei due vuole rendersi troppo dipendente dall’altro ed essere scavalcato. Quindi la rotta artica è un’ottima possibilità di collaborazione fra Putin e Xi, ma con le dovute cauzioni, difficilmente la rotta artica diventerà indispensabile per Pechino.

In conclusione nei prossimi anni vedremo maggiori traffici commerciali e militari verso una zona un tempo isolata ed impossibile da raggiungere, vedendo nel riscaldamento globale delle possibilità geopolitiche concrete, ma ne varrà la pena?

Un articolo di Giuseppe Barone, con supervisione di Simone D'Angelo.

Immagini prese dalla rivista Limes.


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